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"Ah, come tutto era incomprensibile e triste in
fondo, anche se era bello! Non si sapeva nulla. Si viveva, si vagava per la
terra, si cavalcava per i boschi, e tante cose guardavano così provocanti e
promettenti e ispiratrici di desiderio: una stella serotina, una campanula
azzurra, un lago verde di canne, l'occhio di un uomo o di una mucca, e a
volte era come se qualcosa di non mai veduto e pur da tanto tempo agognato
dovesse avvenire a un tratto e un velo cadere; ma poi tutto passava e non
avveniva nulla e l'enigma non era risolto e il segreto incanto non era
rotto, e infine si diventava vecchi e si appariva scaltriti come padre
Anselmo o saggi come l'abate Daniele e forse non si sapeva ancora nulla e si
aspettava sempre, con l'orecchio teso. Raccolse un guscio di chiocciola
vuoto, che tinnì lievemente fra i ciottoli, tutto caldo dal sole. Boccadoro
contemplò assorto le curve della conchiglia, la spirale intaccata, il
capriccioso assottigliamento della coroncina, la cavità vuota coi suoi
riflessi madreperlacei. Chiuse gli occhi per sentire le forme solo col
tocco delle dita; era una vecchia abitudine, un suo gioco favorito. Girando
la chiocciola fra le dita sciolte, la tastava, carezzandone le forme, senza
premere, incantato dalla meraviglia della struttura, dalla magìa del
corporeo. Questa, pensava come in sogno, era una delle deficienze della
scuola e della dottrina: una tendenza dello spirito pareva quella di vedere
e rappresentare tutto come se fosse piano e avesse solo due dimensioni. Gli
sembrava che ciò designasse in un certo modo una insufficienza e una
mancanza di valore di tutta la facoltà intellettuale; ma non seppe fissare
più oltre il pensiero: la chiocciola gli sfuggì dalle dita, ed egli si sentì
stanco e assonnato".
Tratto da: Hermann Hesse: Narciso e Boccadoro
Oscar
Mondadori, Milano, 1979 |